Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato

20.00

Autore: Antonio Mazzeo
ISBN: 9788874421336

Anno: 1991
Pagine: 232
Formato: 15,5×21
Foto / Illustrazioni: sì, in b/n

Intere generazioni di uomini e donne oggi in Italia si sentono invecchiate di dieci anni in due mesi, il tempo per cui si è protratta la guerra del Golfo. Sono soprattutto quei giovani tanto lontani dai drammi del Vietnam che sono stati violentati nell’utopia della pace in via di affermazione.
“La guerra è stata cancellata dalla storia”, si era detto per anni, ma mai come adesso è la cultura della pace, della vita, della solidarietà e della cooperazione che sembra non trovare più radici nella società dei facili consumi e dei grandi sprechi. La cultura della pace esce stremata dal culto delle armi e della potenza militare. Tra le sabbie dei deserti del Golfo Persico non sono state disperse solo decine di migliaia di vittime innocenti: accanto agli scheletri di cingolati e carri armati girano tormentati i fantasmi della coscienza di una civiltà basata sul possesso comunque e dovunque e che condanna al sottosviluppo, alla fame e alla guerra i tre quarti del pianeta.
Noi non abbiamo mai creduto che si andasse felicemente verso la pace; sentivamo da tempo che si stavano generando da molte parti le condizioni per lo scoppio di un conflitto di dimensioni globali: soprattutto gli ultimi dieci anni hanno dettato la cronaca di una guerra annunciata.
Il rapido ed imponente processo di militarizzazione della Sicilia, inserito in un pi— ampio progetto di potenziamento del dispositivo militare del Fronte Sud della Nato e dell’intero Occidente, Š stato uno dei segnali lanciati per riaffermare il secolare rapporto di distribuzione ineguale delle risorse tra Nord e Sud nel momento in cui una più generale coscienza dei propri diritti all’autodeterminazione e alla giustizia si affermava tra le masse che lottano per la sopravvivenza nel Terzo Mondo.
I missili nucleari a Comiso, il potenziamento della base USA di Sigonella, la trasformazione in “portaerei avanzate” delle isole minori di Pantelleria e Lampedusa sono stati i processi che hanno stravolto l’immagine della Sicilia nel Mediterraneo, relegandola a un ruolo di costante provocazione e, nel caso della guerra del Golfo, di vera e propria aggressione contro l’intero mondo arabo.
Sono stati cancellati secoli di scambi economici e culturali, bruciate ingenti risorse nella creazione di strutture di morte dove alloggiare strumenti per l’olocausto nucleare.
Il processo di militarizzazione ha desertificato vaste aree del territorio siciliano, degradando irrimediabilmente coste ed ambiente; in alcuni casi ha permesso ad imprese mafiose il riciclaggio dei proventi del mercato delle armi e della droga.
La Sicilia ha giocato un ruolo da protagonista in questa sporca guerra per il petrolio. Le sue basi hanno fatto da supporto tecnico-logistico per le missioni di bombardamento di massa sulle popolazioni civili irakene e kuwaitiane: buona parte dei suoi porti civili e i due grandi scali aerei (Punta Raisi e Fontanarossa) sono stati trasformati in punti strategici per le forze aeronavali degli Stati Uniti e della Nato. L’intero territorio dell’isola è stato sottoposto a nuovi e più soffocanti vincoli militari, mentre si è allargata a dismisura la presenza di ordigni atomici. Non sono mancati gli incidenti dovuti alla pressione militare; in un caso, quello del B52 atterrato a Punta Raisi, si è sfiorata la tragedia.
È la legge spietata della guerra: ai padroni delle industrie di armi onori e profitti, alle popolazioni inermi i lutti e i rischi di annientamento.
La guerra nel Golfo ha accelerato la conversione militare di parti di territorio che assai difficilmente saranno restituite ad usi civili. Ha ipotecato la nuclearizzazione dell’aeroporto di Trapani-Birgi e riaffermato con forza l’esigenza che la base di Comiso resti a fare da supporto strategico per le forze statunitensi in Europa. Ciò nonostante sono state assai deboli le voci di protesta e di condanna levatesi tra le forze politiche, religiose e sindacali dell’isola. Il movimento pacifista siciliano, pur ritornando ad essere soggetto autonomo di lotta, non è riuscito a fare un salto di qualità, proponendo l’opposizione ad ogni forma di militarizzazione e di militarismo quale obiettivo prioritario delle sue campagne. Siamo alla vigilia dell’appuntamento elettorale che prevede il rinnovo del Parlamento regionale, ma il tema del futuro assetto dell’isola, di una Sicilia che è andata e che andrà nuovamente in guerra, probabilmente sarà affrontato solo marginalmente.
Ancora più grave il comportamento dell’Assemblea Regionale Siciliana, incapace di rispettare i termini previsti dalla nuova legge sulle servitù militari, entrata in vigore nel maggio ’90, che prevedeva entro un anno l’elezione dei membri del Comitato misto paritetico, l’organo che ha potere consultivo in materia di espropriazione del territorio da sottoporre a vincolo militare. Trascorso il termine, sarà il Ministero della Difesa che autonomamente deciderà come e quando militarizzare la Sicilia, senza alcuna attivazione della Regione.
La guerra nel Golfo ha lasciato insoluti tutti i conflitti e le tensioni presenti nell’area mediorientale (dalla questione palestinese a quella curda e libanese) e ha scavato un solco più profondo tra popoli e civiltà. Se non verrà rimesso in discussione il modello di sviluppo su cui si basa il potere planetario dell’Occidente, il conflitto contro l’Iraq sarà solo la prima brutale guerra degli anni ’90, e stavolta niente ci potrà garantire che le attività belliche non si estendano al di là dei confini regionali. Ad ognuno di noi il compito di farsi operatore di pace e veicolo di controinformazione.
La lotta alla militarizzazione del territorio non pu• prescindere da un impegno più vasto per un nuovo ordine internazionale e per lo smantellamento di qualsivoglia blocco militare, a partire dall’uscita dell’Italia dalla Nato e dalla riconversione ad uso civile di tutte le basi straniere presenti nel Paese. La riconversione delle spese militari in spese per servizi sociali, delle industrie belliche e dello stesso apparato delle Forze Armate, da sempre compromesso in stragi di stato e tentativi di golpe, sono più che mai indispensabili per impedire che la sfera militare occupi tutti i centri nevralgici della società italiana.
La disobbedienza civile, l’azione diretta nonviolenta, l’obiezione totale alla guerra, il boicottaggio devono essere gli strumenti per riaffermare la cultura dell’impegno diretto contro il rifiuto di ogni delega, per riappropriarci del diritto alla giustizia e alla sopravvivenza.

Antonio Mazzeo è un insegnante, peace-researcher e saggista impegnato
nei temi della pace, del disarmo, dell’ambiente, dei diritti umani e della lotta
alle criminalità mafiose. Collabora con Il Manifesto e altre testate giornalistiche nazionali e nel 2020 è stato premiato dall’Archivio Disarmo con la “Colomba d’oro per la Pace” quale riconoscimento «per aver interpretato per anni il giornalismo
e la scrittura come una missione di difesa dei diritti umani e di denuncia delle ingiustizie». È tra i promotori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Con Armando Siciliano Editore ha pubblicato: Non solo Ustica. Il rischio militare in Sicilia (1990), Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato (1991), La Sicilia va alla guerra. Il coinvolgimento dell’isola nella guerra del Golfo (1991), Graziella Campagna. A 17 anni vittima di mafia (1997), Le mani sull’Università (1998).