Omini ominicchi e quaqquaraqquà. Messina al tempo di Vincenzo Croce detto Pitocchia. II

14.00

Autore: Luigi Ciaccio
ISBN: 9788874422487

Anno: 2001
Pagine: 136
Formato: 15,5×21
Foto / Illustrazioni: sì, in b/n

«Ci apprestiamo a vedere riemergere nei versi di Luigi Ciaccio alcuni frammenti della Messina di ieri che si puru poviredda ava statu sempri bedda, la città povira e sapurita dei tempi di Vincenzo Croce detto “Pitocchia” che riaffiora in un film in bianco e nero mitizzato e narrato come una fiaba con tanto amore e tanta nostalgia. Il contrasto tra le due città è stridente. In quella Messina povera ma bella non c’erano i rumori ed i clamori, le auto e i motorini, i telefonini e i computers, Internet e la globalizzazione. Anzi, pensate, neppure la televisione. Chissà come avranno fatto! Addirittura neppure la luce elettrica! C’erano i signori che camminavano in “carozza” (rigorosamente, anche allora, con una sola … ere), u cazzusaru câ carrittera, piazza Cairoli e l’Irrera e la domenica, o beddu molu, anche la bacchiata per i più piccoli a quattro soldi a testa. Rivivono nei versi innamorati di Luigi Ciaccio i cinema e i buddelli a reta a cintau Daziu … u Ringu … u Muricello … u ponte Zaera … u Scialé … u chinnici agustu … a festa dâ Vara¯ e in questi luoghi si muovono gli omini, gli ominicchi ed i quaqquaraqquà dell’epoca. Personaggi raccontati di una città dipinta nel suo volto antico, negli anni della ricostruzione, prima della guerra e immediatamente dopo, negli anni del “miracolo economico”. Città e piccoli uomini sfumati nel ricordo, mitizzati dalla nostalgia dell’Autore, visibilmente disturbato dai nuovi ritmi e dai nuovi costumi.
Così il tono è da “c’era una volta” all’insegna dei bei tempi che non tornano più. Ciaccio appartiene a quella generazione, a quella tipologia di messinese nostalgico più che a quella dei cultori della tradizione. Tratteggia con amore i suoi piccoli personaggi e li ricorda con simpatia. Per se stesso più che per la pretesa di tramandarne le gesta. Dipinge, geloso, la sua città e le cose dei suoi tempi vagheggiando una restaurazione impossibile, esternando il fastidio del nuovo e il desiderio di conservare gelosamente nello scrigno della memoria tutto quello che può.
La storia della città – doviziosa per gli anni antecedenti al terremoto, povera per gli anni fra 1930 ed il 1960/70 –
si giova di questi ricordi per tramandare uomini di tutti i giorni, usi e costumi, cose e momenti altrimenti destinati ad essere cancellati dal tempo.

Né ministri, né letterati, né artisti, né imprenditori, né uomini che hanno fatto la storia vera della città nei versi di
Ciaccio. Piuttosto Vincenzo Croce detto “Pitocchia” (o Pidocchia?), un barbone che gridava “Viva il Re”, don Liu “Immarutu”, Maria Lola ballerina spagnola, Zagarella malandrinu di na vota, quando Messina era comandata da quattro guardie di “custura“, un maresciallo e due brigadieri, e poi ancora Peppinu setti testi, don Natale l’obbu,
Decu u babbu. Personaggi della cultura popolare in una Messina travolta dal nuovo, dal progresso, dalla tecnologia e dall’assistenza, con nuovi poveri e nuovi disadattati che non fanno notizia, anche perché ormai sono tanti. Questi personaggi si muovono in una Messina dolce, lenta nei suoi movimenti, solare, opulenta nei frequentatori dell’antico chalet, dei bar, dei ritrovi, dei tanti cinema, dei teatri di varietà, dell’opera lirica e dei salotti importanti.
Una Messina che sorride ai poveri con la passeggiata a mare, i pescherecci in porto, la festa del Ringo, la Vara, il
passaggio del sindaco che si chiama podestà; senza macchine, senza rumori, senza la corsa ai soldi e senza le fughe per non pagarli, con i ladri di polli ma senza la mafia, le rapine in banca ed i morti ammazzati.
Luigi Ciaccio non è poeta e non è nemmeno depositario del lessico dialettale della tradizione messinese. Non scrive per mestiere, non verseggia per arte, e non ha la pretesa di farlo. Scrive per amore della “sua” città, dei “suoi” tempi che non tornano più, dei “suoi” ricordi di ragazzo, delle “sue” cose belle di un tempo passato che, nella sua immagine, è distrutto da uomini e cose che non ama.
Per questo i suoi versi sono, al di là di ogni censura letteraria, sicuramente veri. La storia di Messina avrà la bontà di scegliere il meglio – senza crucciarsi dell’altro – e conservarlo nei suoi annali» (dalla Prefazione di Mino Licordari).

Luigi Ciaccio, nato a Messina nel 1930, figlio di un apprezzato ebanista scultore, è stato operatore amministrativo presso il Tribunale di Messina. Da giovane ha frequentato corsi di scuola d’arte presso la Società Operaia, formandosi come pittore e come poeta. Ha partecipato a varie mostre contemporanee di pittura e recitals di poesie. Il suo ricordo più affettuoso di Messina lo porta a comunicare alle nuove generazioni come si viveva una volta (soltanto mezzo secolo fa) e ridare ai più anziani avvenimenti e personaggi della vita di tutti i giorni che sono affidati solo alla memoria di quanti li vissero, non avendo mai avuto l’onore di salire alla cronaca di giornali o libri (troppo élitari): «anche se eravamo poveri, c’era più bontà, amore, la gente si divertiva lo stesso, senza spendere soldi».
Ciaccio ha al suo attivo un’altra pubblicazione, complementare di questa, Vincenzo Croce detto Pitocchia (2000). Il lavoro di Ciaccio, scritto nel suo dialetto, e cioè quello del quartiere dove ha sempre vissuto, Dazio, vicinissimo al più conosciuto Giostra, può suscitare raccapricci nei cultori del dialetto “letterato”. Ma come editore ho sempre rispettato ogni Autore così come si esprime, riportando su carta stampata voci vive.

In copertina:
Luigi Ciaccio, Don Cicciu u Ruffianu, olio su tela.